Breve riflessione su reddito di cittadinanza e successioni
Negli ultimi anni molte discussioni in ambito socio-economico si sono incentrate sulla necessità o meno di fornire ad una fascia consistente della popolazione un sostegno al reddito. La graduale trasformazione delle economie dei paesi sviluppati in catene del valore aggiunto basate sulle competenze informatiche (o più in generale su manodopera qualificata e specializzata) impone una profonda revisione del welfare state. Il sostegno al reddito sarebbe necessario per arginare gli effetti recessivi, dal punto di vista dei consumi, della cosiddetta disoccupazione tecnologica, causata dalla riduzione della forza lavoro necessaria per produrre i beni di consumo. È opportuno sottolineare l’importanza del vocabolo “sostegno”: sono lungi dal riferirmi ad un reddito universale sostanzioso (recentemente respinto dagli svizzeri con un referendum), bensì mi riferisco ad un sostegno intermedio tra tale reddito ed un comune sussidio di disoccupazione e/o malattia. Lo stato disastroso dei bilanci degli stati impone la necessità di cambiamenti graduali, sia su questo versante sia su quello delle pensioni: il sostegno al reddito rappresenta quindi la scelta più razionale nel medio periodo.
Basta un sostegno al reddito per risolvere ciò che possiamo definire la questione sociale del nuovo millennio?
Assolutamente no. Il magistrale lavoro di Thomas Piketty, Il capitale nel XXI secolo, mette in evidenza il rischio della
trasformazione del capitalismo da sistema dinamico ed “anti-dinastico” per
eccellenza in uno squallido aggregato di famiglie immensamente ricche, privo di
qualsiasi sorta di mobilità sociale. Il concetto è semplice: la ricchezza non
umana si autoperpetua ed in un periodo storico caratterizzato da bassa crescita
economica tale ricchezza risulta essere causa di un aumento vertiginoso delle
disuguaglianze patrimoniali. Come porre un freno a tutto questo? È evidente che
negli ultimi trenta anni, sotto l’ondata entusiasta delle (male interpretate)
dottrine neoliberiste, la tassazione successoria è stata praticamente azzerata
in tutto il mondo, proprio quando i flussi successori iniziavano ad essere
consistenti quanto durante la belle
epoque. L’invecchiamento della popolazione e gli ingenti patrimoni
accumulati durante la seconda metà del XX secolo rendono sempre più importante
il capitale ereditato, a discapito dei redditi da lavoro percepiti durante
l’intera vita. Una misura imprescindibile anche nel breve periodo è data dal
ritorno ad una tassazione consistente delle successioni: l’imposta globale
progressiva sul capitale appare ad oggi di difficile realizzazione, dato che
gli organismi internazionali risultano incapaci perfino di regolare l’elusione
fiscale e a maggior ragione si dimostrerebbero inadatti ad imporre una
tassazione globale unificata. La tassazione dei flussi successori appare
piuttosto semplice ma nasconde diverse insidie, prima fra tutte la presenza di
società “di famiglia” se non addirittura di holding, soggette a norme
differenti in materia successoria rispetto alle persone fisiche. Nonostante
ciò, il diritto internazionale è strutturato in modo tale da permettere di
tassare efficacemente anche le quote societarie: una vigorosa azione
governativa permetterebbe di riportare a livelli più equi l’inesistente
tassazione successoria.
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La dinamica del rapporto capitale/reddito in Germania, Francia e Regno Unito tra 1870 e 2010: è evidente la straordinaria accumulazione di ricchezza dal dopoguerra in avanti |
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